Afghanistan 2.0

Da qualche giorno mi chiedo se anche io dovessi scrivere qualcosa sull’Afghanistan.
L’Afghanistan mi ricorda un po’ il Tibet, scontato da dire ma paesi completamente diversi e per nulla paragonabili, tranne su una cosa. Il totale menefreghismo del mondo per queste nazioni.

Non è mia intenzione fare la morale, prendersela con Trump o Biden, con l’imperialismo americano od occidentale è abbastanza inutile. Alla fine dei conti, pensateci, ognuno agisce per i propri fini e interessi. Lo facciamo in piccolo, ognuno di noi lo fa, si agisce con uno scopo, ti muovi se hai un interesse a farlo e lo stesso discorso lo fanno le nazioni che sono composte da persone.



Io seguo la questione afgana almeno dal 2012 e, quello che è successo pochi giorni fa, era già stato ampiamente previsto da tutti gli analisti militari, americani e no. I mesi di crollo che decantavano in Tv e rivelatesi totalmente sbagliate sono state uno shock per la grande maggioranza dell’opinione pubblica occidentale ma anche quello non è una grossa novità. Impegnati come siamo a indignarci se una parola non ha “ * ”, oppure se è meglio usare la A o la O per definire un ruolo.  

Questi accadimenti a livello mondiale ci shockanno perché per una frazione di minuti ci fanno tornare con i piedi per terra e sempre in quei pochi secondi ci fanno capire, in teoria, l’estrema fortuna di vivere in Europa o in un paese occidentale.  

Ora per capire cosa sia successo in Afghanistan una persona avrebbe dovuto seguire l’intera vicenda dall’inizio, avere non dico in maniera approfondita ma una base di storia, geografia, politica e geopolitica (termine per me improprio ma tant’è alla gente piace).  Anche se immagino che in Italia da almeno 3 giorni siano tutti esperti della “questione afgana”.

Di fatto, con il ritorno dei talebani l’Afghanistan è nuovamente piombato nel caos e dietro quel caos si celano odio e oppressione, si celano feroci rappresaglie per tutti coloro che hanno lavorato per gli occidentali, per le donne si celano schiavitù, abusi e oppressione.

Aver trattato con loro denota la nostra totale fragilità come occidente ma in generale l’ipocrisia di una NATO, Unione Europea, ONU che non hanno mai risolto nulla.

Non entro nei dettagli della geopolitica, nel fatto che i Talebani saranno una spina nel fianco per avversari degli Stati Uniti nella moderna versione del ‘Grande Gioco’, ovvero la Russia di Putin, la Cina comunista e l’Iran degli ayatollah, ma qualche domanda è necessario porsela.

Nel 2001, sullo slancio ideale della ferita all’Occidente (perché tale era) la coalizione internazionale, Italia compresa, ha attaccato l’Afghanistan con il deliberato intento di mettere fine al regime teocratico dei Talebani e sradicare il terrorismo islamista di Bin Laden, con il dichiarato intento di portare la democrazia nel Paese (quale fosse il modello di democrazia per gli afghani nessuno però se lo è mai chiesto o lo ha spiegato).

Qualche risultato lo si è ottenuto, certamente, ma come sempre il Paese non è mai stato sottomesso del tutto e neppure è stato sradicato il retroterra, compreso quello in Pakistan e nella zona tribale, dove certe idee hanno un profondo radicamento. Nel vent’anni di presenza Usa, Onu, Nato, e anche italiana. La missione italiana, per tacere delle altre, ha riportato 53 morti e 700 feriti, alcuni dei quali porteranno per tutta la vita le conseguenze di quanto accaduto sul loro corpo. E già questo è un bilancio che deve suscitare altri interrogativi, di per sé stesso, senza contare il costo della missione nel suo complesso. E’ pertanto lecito chiedersi, per quale motivo i soldati, i cooperanti, i giornalisti italiani sono andati a morire se poi, alla fine, tutto torna come prima.

Un titolo come ‘Paura per chi resta a Kabul’ suona come ipocrita perché questa tragedia si doveva e di poteva evitare e dovrebbe aprire gli occhi sia ai supertifosi dell’Aquila, sia ai pacifisti di casa nostra che vorrebbe smantellare le forze armate, in primis la Marina Militare.

Oswald Spengler nel suo profetico libro ‘Il tramonto dell’Occidente’ scritto tra il 1918 ed il 1923 qualche torto non lo aveva.

E oggi, nonostante le parole, i proclami, i tweet, la realtà non è che una: gli Usa, la Nato, l’Unione Europea, ancora incerta sul come e se accogliere i profughi, hanno fallito la loro missione in quel lontano paese asiatico, E le conseguenze le pagheremo tutti negli anni a venire (Libia Docet). Adesso la speranza è che almeno a chi ha creduto nell’Europa, nella Nato, negli Usa, venga tesa una scialuppa di salvataggio.

In conclusione, vorrei dedicare qualche parola alle donne, la parte più fragile della società Afgana.

Nei miei numerosi viaggi per il mondo ho incontrato e parlato con tante donne, di diverse culture, estrazione sociale, chi era benestante chi era letteralmente povera è questo devo dire mi ha arricchito parecchio in termini di umanità.

Voglio parlare di loro per ricordare UNA di loro che ho conosciuto in Tibet, purtroppo o per fortuna per lei ci ha lasciato il 1/01/2021. Ma parlando con lei, ho capito quanto non avessi in primis compreso cosa abbia significato per le donne afgane non avere i Talebani tra i piedi… per non dire altro.

Quando abbiamo conosciuto l’Afghanistan, forse per la prima volta dopo i sanguinosi attentati dell’11 settembre 2001, abbiamo visto donne sottomesse, costrette a nascondersi dietro il burqua, incapaci di condurre una vita autonoma, costrette a matrimoni forzati, impossibilitate ad avere una istruzione, donne a cui lavorare era severamente vietato da una lettura distorta del Corano.

Pian piano dopo la caduta dei talebani, le donne hanno ricominciato ad affacciarsi alla vita, ad andare a scuola o all’Università, a lavorare, a spostarsi da sole e le abbiamo viste per la prima volta sicure di sé e più serene, con più speranze per il futuro.

Ma adesso i talebani sono tornati ed è difficile credere alle loro promesse di creare un Paese solido e unito, un Paese più aperto e tollerante, un Paese più inclusivo e attento ai diritti delle minoranze.

I talebani sono stati conosciuti da noi occidentali per le loro atrocità e per i loro spaventosi abusi nei confronti di donne e bambini, per le loro spose bambine spaventate e costrette ad una vita di paura e terrore, questo non dobbiamo dimenticarlo.

Non basterebbe ne basterebbero 300 mila di scialuppe di salvataggio per tirarle fuori da questo incubo ma sarebbero stati sufficienti, nei primi anni di guerra, più risolutezza per farli capire ai tizi barbutti che stanno nel 2021 e non nel 1011.  

Ma purtroppo, gli interessi economici non proteggono una bimba di 12 anni presa con la forza per soddisfare uno stro… con la barba.

Dedicato ad Aalia Haneefa Nazari, almeno lei è morta da donna LIBERA.

Libro Consigliato: “Sotto il Burqa” della giornalista candese, Deborah Ellis

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