La lingua Giapponese.

Se immaginassimo di essere un giapponese vissuto in Giappone nei primi dieci secoli, sicuramente il concetto di scrittura non ci sarebbe molto familiare. Il giapponese delle origini era una lingua orale e non conosceva scrittura, almeno fino al momento in cui cinesi e giapponesi sono venuti in contatto.

La scrittura è un regalo che i cinesi hanno fatto ai giapponesi e, insieme alla scrittura, hanno loro trasmesso l’importanza del segno scritto. La lingua cinese è infatti una lingua scritto-centrica, cioè il perno è sul carattere grafico (Hanzi) che in giapponese, come abbiamo visto si chiama kanji.

Ipotizziamo ancora di essere lo stesso giapponese descritto sopra e, che questo signore, ad un certo punto del tempo, V secolo, diciamo, incontra un cinese (tenete presente che non stiamo parlando della lingua nazionale cinese moderna, ovvero il mandarino, ma del cinese di allora).

Il giapponese e il cinese si mettono vicini e guardano, ad esempio, una montagna. Il cinese,

utilizzando la lingua cinese antica la chiamerà san, mentre il Giapponese, indicandola gli dirà – “nella mia lingua si dice yama”. Con un po’ di fantasia, facciamo finta che i due interlocutori abbiamo fatto lo stesso giochino per tutte le altre cose e il risultato è stato quello di avere 2 pronunce distinte per ciascuna parola o anche di più, considerando la rapida evoluzione diacronica del cinese.

Per lungo tempo le varie pronunce sono state mantenute a fianco di ogni kanji, ma di certo, oggi, se andate in Cina e scrivete kitte cioè francobollo in giapponese 切手, per un cinese avete scritto tagliare la mano a qualcuno, quindi attenzione con i significati.

La lingua giapponese da me studiata è infatti denominata 日本語 nihongo, vale a dire la lingua del Giappone, ovvero la lingua del paese dove sorge il sole. Il Giappone non è forse per noi occidentali il paese dell’Est per eccellenza? Ad Est sorge il sole. I kanji ancora una volta ci aiutano 日(ni è una delle tante pronunce per dire sole o giorno) 本 (moto oppure hon oltre che libro, in questa posizione indica origine o provenienza) 語 (go che è composto dal kanji 言+ la vocale う, ovvero iu, significa parlare, parola, linguaggio, lingua). Per noi stranieri, la lingua giapponese è questo. Ma un giapponese che studia la lingua madre non studia il nihongo 日本語, ma studierà la lingua nazionale 国語 (kokugo) poiché il kanji 国 koku vuol dire paese, nazione.

Come spiegarsi questa differenza di termini, che entrambi significano giapponese? La risposta è nel confronto con le altre lingue, anzi, il bisogno del confronto con le altre lingue, in modo particolare con le lingue occidentali, in un’ottica di mediazione culturale, e quindi, siamo ritornati al punto di partenza, cioè al saggio di antropologia reciproca, scritto dal professor Nakagawa (lo cito in questo articolo), e senza rendercene conto, secondo un percorso circolare, tipicamente giapponese.

Non è assolutamente un fattore genetico parlare lingue diverse e gli studi del dottor Tsunoda a partire dagli anni 60 su soggetti giapponesi dimostrano a pieno che la genetica non c’entra nulla.Il professore condusse studi molto accurati su come il cervello giapponese processa suoni vocalici come suono verbale, individuando l’area coinvolta nel processo proprio all’interno dell’emisfero sinistro e paragonò tali risultati con studi similari condotti su parlanti anglofoni degli

Stati Uniti, rilevando che effettivamente un occidentale li processa utilizzando l’emisfero destro.Tsunoda per essere sicuro dei risultati, ripropose l’esperimento su giapponesi che vivevano all’estero da diverse generazioni, che, oltre alla lingua madre, avevano appreso fin da piccoli la lingua del posto e riscontrò che i loro cervelli si comportavano alla maniera occidentale: processavano le vocali con l’emisfero destro.

La genetica non c’entra. È la lingua giapponese stessa e la particolare rilevanza delle vocali all’interno del sistema linguistico e fonetico, similmente alla lingua dei polinesiani, individui che presentano una lateralizzazione cerebrale somigliante a quella dei giapponesi.

La conclusione è che per giapponesi e polinesiani le vocali sono suoni verbali e come tali elaborati dall’emisfero sinistro, mentre per gli occidentali, sono suoni non verbali e vengono quindi elaborati dal destro.

Su soggetti esposti a lingua straniera fin da piccoli, la lateralizzazione interessa l’emisfero destro e dunque quest’ultima non dipende solo da meccanismi insiti nel cervello ma è influenzata da fattori esterni o ambientali.

Per chi di voi fosse interessato qui potete scaricare una piccolo corso sul Giapponese.


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