Occidente e Oriente: Il Giappone.

Qualcuno leggendo i miei recenti articoli sul Giappone, li trovate qui e qui, mi ha chiesto di approfondire le differenze che esistono tra noi e loro.

Lungi da me essere uno esperto, anche perché, ammetto che prima del 2018 non consideravo molto questa parte del mondo, forse solo per qualcosa di turistico.

In ogni modo, vorrei iniziare con il suggerimento di un saggio antropologico del professor H. Nakagawa “Introduzione alla cultura giapponese”, che l’autore stesso definisce “saggio di antropologia reciproca” ovvero uno sguardo a metà fra le due culture.

Il Professor Nakagawa per motivi professionali è stato in Occidente. La permanenza in Europa e la conoscenza della nostra cultura, gli hanno permesso di trascendere la distanza fra Occidente e Oriente, smentendo tanti luoghi comuni che non soltanto abbiamo noi dell’Oriente, ma che i Giapponesi stessi hanno degli occidentali, uno fra i quali, l’appellativo 青いめ aoi me=occhi azzurri.

Come se tutti gli occidentali avessero gli occhi azzurri, sottolinea ironicamente il Professor Nakagawa.

Il saggio è breve e di scorrevole lettura. È molto interessante e funzionale per chi in futuro volesse andare a vivere in Giappone. Per insegnare la nostra cultura, si dovrà tenere sempre in considerazione quella giapponese per farsi capire e fare capire, per esempio, l’egocentrismo del pronome personale io, specie nel parlato italiano, laddove la lingua giapponese opta per un uso “lococentrico” dello stesso, sempre in rapporto con il noi e la situazione in cui la comunicazione ha luogo.

Non dimentichiamoci che l’io nella cultura giapponese è un tutt’uno con la società, vista come un organismo unicellulare in cui ciascuno agisce non per il suo bene, ma per il bene della collettività, da cui un concetto di soggettività molto meno “prepotente” di quello Occidentale.

Faccio un esempio che tutti noi possiamo capire molto bene.

Quando una persona occidentale va all’estero e lì vi rimane facendo carriera, per l’Italia è un vanto, un prestigio quasi, che un connazionale si distingua in eccellenza all’estero.

Per un giapponese, un “cervello in fuga” o comunque un connazionale che si realizza professionalmente all’estero, non è né un vanto, né un prestigio, perché appunto, viene meno la struttura unicellulare della società giapponese, all’interno della quale il soggetto dovrebbe autorealizzarsi come individuo e come professionista.

Se tutto ciò avviene all’estero, qualcosa nel processo si è perso purtroppo e non è bello per un giapponese. Un individuo giapponese per essere motivo di orgoglio nazionale dovrebbe realizzarsi dentro il paese natale e non altrove.

Ancora una volta emerge chiaramente l’importanza di conoscere la loro cultura, se non necessariamente la lingua, per non cadere in errori di incomprensione o fraintendimenti spiacevoli non certo dovuti alla lingua, ma alla componente extra linguistica legata alla cultura.

Ora, torno a ripetere non sono un esperto ma credo che una prima differenza notevole tra le due culture è che l’Occidente predilige una conversazione che va sempre dritta al punto e che si esprime in modo chiaro e franco a differenza di quella Orientale che è volutamente indiretta e che, saggiamente, aggiungerei, si focalizza sull’armonia dei rapporti.

Ciò vuol dire che un giapponese prima di parlare, mentalmente si chiederà: – “come la dico questa cosa?”.

Come detto in precedenza, in Giappone l’armonia dei rapporti viene prima di tutto e violare tale etichetta, magari parlando a sproposito, è sconveniente perché può risultare offensivo.

La nostra conversazione è molto emotiva e condotta dal cuore. Il parlare italiano è scandito da gesti che molte volte variano anche a livello regionale.

In Giappone, invece, la conversazione non prevede gesti. Si pensi ad un business man giapponese e al suo self-control. Il tutto parte dalla testa e fondamentali sono il tatto e la diplomazia.

In Occidente un meeting tra uomini d’affari prevede l’interruzione reciproca, assolutamente mal vista in Giappone. Il giapponese non ama essere interrotto mentre parla. Non gradisce cambi di argomento di conversazione repentini, oppure, che a domanda, venga risposto – “non ho elementi per rispondere” o “no, non sono d’accordo”.

Scrivo così per esperienza diretta e dopo varie gaffe.

Un’altra interessante caratteristica della persona giapponese e che si riscontra in ambito lavorativo o didattico è il rispetto per il silenzio -沈黙 (chinmoku).

Il silenzio nella cultura giapponese significa tante cose ed è anche un modo di ascoltare, non certo un vuoto comunicativo. L’occidentale dovrebbe imparare a conoscere questo codice extralinguistico per non cadere nel luogo comune che il giapponese sia passivo, disinteressato, distante, freddo e imperscrutabile.

Niente di tutto questo. In classe o anche in un meeting aziendale, il “chinmoku” indica rispetto verso chi parla, segno di ascolto profondo, di interesse verso chi sei e anche nel caso di grossa stupidaggine udita, un giapponese non sarà mai diretto nel dirti – hai detto una bestialità– perché teme di offendere.

E si potrebbe scrivere un miliardo di pagine a proposito delle differenze culturali, ma ritengo che questa introduzione sia più che sufficiente.

Come mi è stato chiesto approfondirò di più anche la lingua Giapponese in successivi articoli.

E voi, cosa ne pensate? Avete avuto qualche esperienza con Giapponesi o Asiatici in generale?

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